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Archivio Storico del Capitolo Metropolitano Fiorentino


Nel capolettera del Campione dei beni del 1473, il miniatore ritrae l'intero collegio canonicale riunito "in capitolo".


La porta d'ingresso del Capitolo recante il versetto biblico "Sapientia aedificavit sibi domum", motto adottato per la Biblioteca di S. Maria del Fiore


Particolare della Pianta di Firenze di Stefano Buonsignori (1584),Museo Firenze com era.


In dettaglio l'area della chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro


Pianta della Biblioteca del Capitolo al tempo della ristrutturazione (1650)


Privilegio di Ottone II ai canonici fiorentini. 983, gennaio 25: uno dei più antichi documenti in pergamena dell'Archivio Capitolare


Il grande "Armadio delle pergamene".


II frontespizio miniato del "Campione dei beni del Capitolo" 1473


Filze e registri dell'Archivio Capitolare


Sala di studio dell'ArchivioCapitolare


Veduta d'insieme dell'Archivio Capitolare

Il Serafino simbolo del Capitolo e l'Agnus Dei simbolo dell'Opera del Duomo in una miniatura di inizio '500

A due passi dal Duomo di Firenze, nei suggestivi ambienti che un tempo furono dell'antica chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro, si conserva un vero e proprio scrigno della memoria storica cittadina, tanto prezioso quanto recondito agli stessi fiorentini: l'archivio del Capitolo della cattedrale di S. Maria del Fiore. Coprendo un arco cronologico ultramillenario, dall'età carolingia fino ai nostri giorni, gli oltre cinquemila documenti dell'Archivio Capitolare offrono una testimonianza insostituibile non solo sulle vicende del Duomo e della Chiesa fiorentina, ma anche sulla storia stessa della città. Prima di occuparci della sede dell'archivio e delle serie documentarie che lo compongono, sarà opportuno delineare brevemente l'identità dell'ente che lo ha prodotto e tramandato fino a noi.

1. IL CAPITOLO

Il Capitolo nasce dal collegio dei chierici ascritti alla cattedrale. Inizialmente le funzioni principali di questi chierici erano liturgiche, consistendo essenzialmente nella celebrazione del culto divino nella cattedrale, oltre all'assolvimento di compiti di assistenza al vescovo (si parla di un presbiterium fin dai tempi di San Zanobi, sec. V). Tuttavia, già nel IX secolo essi raggiungono una propria autonomia giurisdizionale e patrimoniale regolata da statuti o costituzioni. È in questa epoca che i canonici diventano titolari delle cattedrali e del relativo patrimonio. Si distingue così una mensa (cioè una massa di beni che producono una rendita) del collegio dei canonici da quella vescovile. Nel corso dei secoli la mensa dei canonici si è arricchita tramite donazioni e lasciti testamentari, spesso elargiti dagli stessi membri del collegio. I canonici hanno inoltre acquisito poteri considerevoli nel governo della Chiesa cittadina, proponendosi sia come senato del vescovo sia come suoi elettori, in concorrenza ora con i laici ora con la Sede Apostolica. Questi poteri all'interno della Chiesa cittadina toccano il culmine nel XII secolo, epoca in cui per la prima volta si può parlare di un Capitolo vero e proprio, cioè di una struttura istituzionale ben organizzata, costituita da canonici provenienti dall'aristocrazia cittadina.

La struttura gerarchica del Capitolo si precisa nel XV secolo: nel 1461 il papa Pio II istituisce le dignità capitolari, alti uffici muniti di poteri giurisdizionali, affidati ad alcuni canonici: arcidiacono, arciprete e decano, cui si aggiunsero quelle di preposto e suddecano. Si delinea anche una struttura burocratica, articolata su una serie di funzionari addetti a specifiche incombenze: i camarlinghi, incaricati della gestione finanziaria del Capitolo; il corista, deputato a guidare le intonazioni gregoriane eseguite dai canonici; i curaioli, responsabili della cura d'anime; il cancelliere, preposto alla redazione degli atti; l'archivista, addetto alla custodia del patrimonio documentario. Ad eccezione dell'arcipretura, le dignità saranno abolite dalle leggi eversive dell'asse ecclesiastico varate con l'avvento del Regno d'Italia.

Il numero dei canonici, tradizionalmente fissato a dodici secondo il modello apostolico, aumentò con la fondazione di canonicati da parte di istituzioni, come l'Arte della lana (dodici, a partire dal 1426), e di alcune illustri famiglie fiorentine: Medici (2), Martelli, Buondelmonti, Pucci, Bardi, Adimari, Cattani, Pazzi, Girolami, Ricasoli e Gianfigliazzi. La composizione del collegio arrivò così a toccare le quaranta unità. Attualmente sono diciotto, di cui dodici residenziali e sei non residenziali.

2. SEDE

Nel XVII secolo il Capitolo adottò come sede per la propria attività e per l'archivio i locali della ex chiesa parrocchiale di S. Pietro in Ciel d'Oro (alias Celorum o Celoro), situata a brevissima distanza dalla cattedrale. Le origini della chiesa sono piuttosto incerte. Una tradizione, fatta propria da Vincenzo Borghini, la assegna all'età longobarda, altri propendono per la prima metà del X secolo. La prima attestazione documentaria si deve a un diploma imperiale del 962, in cui S. Pietro in Ciel d'Oro risulta di pertinenza dell'omonima chiesa di Pavia.

A metà del XIV secolo la chiesa si ritrovò al centro dell'area destinata alla nuova Canonica del Duomo, edificata a partire dal 1340, forse su progetto di Andrea Pisano. I lavori di ampliamento della cattedrale, avviati sotto la direzione di Arnolfo di Cambio alla fine del Duecento e destinati a rimpiazzare l'antica chiesa di S. Reparata con l'attuale S. Maria del Fiore, avevano imposto la necessità di abbattere le residenze dei canonici, che erano addossate al vecchio edificio. Fu così deciso di erigere una Canonica nei pressi della fiancata sud del Duomo, cioè nell'area intorno alla chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro, che in tal modo finì per essere accerchiata dalla nuova struttura. Nel 1418 l'isolamento fu ulteriormente accentuato dalla costruzione di un muro di cinta tutto intorno alla Canonica, accessibile soltanto da una porta prospiciente S. Maria del Fiore.

La separazione di S. Pietro in Ciel d'Oro dal contesto cittadino ne compromise irrimediabilmente le mansioni legate alla cura animarum. Ciò fece sì che nel 1448 i consoli dell'Arte della lana, con il sostegno della Signoria, potessero ottenere dal papa Niccolò V e dall'arcivescovo S. Antonino Pierozzi la soppressione della parrocchia e la trasformazione della chiesa in una biblioteca pubblica, di proprietà dell'Opera del Duomo. L'accoglimento della petizione consentì l'apertura tre anni più tardi di un luogo di lettura destinato a tutti i cittadini. Tuttavia, malgrado la dichiarata finalità pubblica, fin dai primissimi tempi la biblioteca cadde di fatto sotto il controllo del Capitolo, sia per l'ubicazione all'interno della Canonica sia perché furono proprio i canonici del Duomo i principali donatori del patrimonio librario. Pertanto, già nel corso del Cinquecento la biblioteca pubblica si era di fatto trasformata in Libreria de' Canonici.

Nel 1650 il Capitolo, che da tempo si serviva dei locali attigui come sede per le attività amministrative e le riunioni e come deposito dell'archivio, ottenne dall'Opera del Duomo la parte antistante del salone di lettura della biblioteca. Il grande vano fu diviso da un tramezzo, in modo tale che all'antica libreria restassero cica i due terzi dello spazio, con entrata da una porta laterale, mentre ai canonici fu assegnata la porzione minore, accessibile dalla porta principale.

La convivenza non dovette essere facile, se è vero che già nel 1680 l'Opera decise di lasciare al Capitolo l'uso di tutto l'immobile, decretando la chiusura della biblioteca. I libri furono trasferiti nella residenza dell'Opera in una stanza piccola e buia, dove nel corso di quasi un secolo subirono dispersioni e danneggiamenti. Finalmente, nel 1778, il granduca Pietro Leopoldo pose fine allo scempio, destinando l'intero patrimonio di manoscritti ed incunaboli alla Biblioteca Medicea Laurenziana insieme ai più preziosi codici liturgici del Duomo non più in uso. Cinque anni dopo gli incunaboli passarono alla Magliabechiana, mentre i manoscritti sono tuttora conservati nel fondo Edili della Laurenziana.

Dopo l'allontanamento della biblioteca nel 1680 i locali di S. Pietro in Ciel d'Oro furono utilizzati per ampliare lo spazio destinato alle attività del Capitolo, compresa la conservazione dell'archivio storico. L'antico salone di lettura non subì ulteriori trasformazioni strutturali, rimanendo diviso dal tramezzo eretto nel 1650 in un vestibolo e in una grande aula. Mutò invece, fra 1826 e 1829, la sistemazione dell'area circostante l'edificio, in seguito ai lavori di ampliamento della Piazza del Duomo condotti dall'architetto Gaetano Baccani, che portarono alla chiusura del fianco sinistro della ex chiesa, cui fu addossato il palazzo centrale della nuova Canonica.

Successivamente, nel corso del XIX e XX secolo, l'edificio subì diversi interventi di ristrutturazione, anche in conseguenza dell'alluvione del 1966. In particolare, l'archivio cartaceo è stato interamente trasferito su un ballatoio allestito nella grande aula, creando un effetto di insieme di notevole suggestione.

3. ARCHIVIO

Risale al XV secolo un'opera di ordinamento della parte più preziosa dell'archivio, cioè quella relativa alle pergamene, costituita da numerosi atti sciolti. L'intervento è riconoscibile da un breve regesto dorsale presente su tutte le scritture provenienti dalla Canonica.

Verso la fine dello stesso secolo l'importanza della custodia e dell'organizzazione dei documenti appare sempre più presente alla coscienza dei canonici. Nel 1485, ad esempio, si dispone che una copia del codice delle costituzioni capitolari debba essere collocata nell'Archivio Capitolare. Quattro anni più tardi si dà ordine ai camarlinghi di inventariare tutte le scritture del Capitolo e di riporle in un armadio nella residenza dell'arcidiacono, una delle più alte dignità capitolari. A quell'epoca la casa arcidiaconale, oggi sede dell'Opera del Duomo, era collegata direttamente ai locali della ex chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro, nei quali l'archivio verrà gradualmente trasferito. La destinazione di parte della casa arcidiaconale a sede dell'archivio appare definitiva nel 1494, quando il Capitolo decide di sistemarvi un armadio appositamente fabbricato per la custodia delle carte.

Un documento del 966 contiene la prima attestazione dell'Archivio Capitolare: il vescovo di Fiesole Zenobio II vi ordina che un suo privilegio sia custodito nella Canonica fiorentina. Altre testimonianze dei secoli seguenti mostrano l'impegno incessante dei canonici per la conservazione delle proprie carte.

Oltre ai documenti prodotti dal Capitolo stesso, l'archivio comincia ad arricchirsi di importanti fondi aggregati. In particolare, nella prima metà del XVI secolo, durante il pontificato di Leone X, l'unione al Capitolo della chiesa di S. Maria Maggiore e della badia vallombrosana di S. Maria a Pacciana fu accompagnata dal versamento dei due rispettivi archivi, costituiti da materiale membranaceo e cartaceo.

Negli stessi anni si perfezionò la cura del patrimonio documentario, affidando nel 1530 ad uno scrivano il compito di recarsi ogni giorno in archivio per sorvegliare diligentemente le scritture del Capitolo. Con il medesimo intento, nel 1559, fu compilato il primo Catalogo di cui si abbia notizia.

All'ampliamento dello spazio destinato a sede dell'archivio, realizzatosi nel 1680 con l'acquisizione dei locali già occupati dalla biblioteca del Duomo, corrispose un generale riordinamento del patrimonio documentario: merito, soprattutto, dell'allora decano Luigi Strozzi, poi divenuto arcidiacono, autore nel 1681 del cosiddetto Catalogo Strozzi delle cartapecore, con il quale si superava il precedente ordinamento per materie istituendo una distribuzione topografica per caselle, priva di un criterio logico.

All'inizio del secolo successivo si rese perciò necessaria la compilazione di una istruzione per guidare la ricerca delle singole scritture.

Tuttavia, già nel secolo seguente si lamentava nuovamente il deprecabile stato di confusione in cui versava l'archivio. Finalmente, nei primi decenni dell'800 si giunse ad un nuovo ordinamento grazie all'instancabile dedizione del canonico Ignazio Paur d'Ankerfeld, il quale nel 1826 compilò un Indice Generale dell'archivio. Allo stesso Paur nel 1840, a seguito di un nuovo ampliamento delle stanze d'archivio su progetto dell'architetto Baccani, fu affidata la sistemazione delle pergamene in un grande armadio in cipresso appositamente fabbricato. Oltre a redigere un nuovo inventario delle pergamene in sostituzione di quello compilato dallo Strozzi, il Paur predispose un'ingegnosa organizzazione dell'armadio in decine di cassette numerate, dove le pergamene furono distribuite secondo criteri di formato e di cronologia.

In questi ultimi anni il Capitolo ha dimostrato una rinnovata attenzione per l'ordinamento e la sistemazione fisica del proprio archivio. Nel 2003, a cura della Hyperborea s.c.r.l., grazie a un progetto della Sovrintendenza Archivistica per la Toscana e ad un contributo dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze, è stato portato a termine un censimento completo della documentazione con l'impiego del software Arianna 2.0, realizzato dalla stessa società. Nello stesso tempo il vecchio armadio delle pergamene è stato restaurato e internamente ristrutturato in modo da consentire una migliore conservazione e un più agevole reperimento delle singole scritture.

L'intervento non ha tuttavia alterato l'aspetto e la struttura di questo bel manufatto ottocentesco, che continua ancora oggi a svolgere egregiamente la sua funzione e a costituire uno degli oggetti più singolari di questo archivio.

4. LE PRINCIPALI SERIE ARCHIVISTICHE

Dal censimento terminato nel 2003 risulta che l'archivio si compone di circa 5000 unità, suddivise in due sezioni principali: le pergamene e l'archivio cartaceo.

Le pergamene costituiscono il fondo indubbiamente più prezioso e rinomato dell'Archivio Capitolare, largamente utilizzato dagli storici nel corso dei secoli. Consta di 1213 atti sciolti in pergamena, di varia natura giuridica: bolle pontificie, diplomi imperiali, strumenti notarili (compravendite, permute, locazioni, testamenti, procure, lodi arbitrali ecc.). La loro datazione va dal 723 al 1822, ma essendo la prima pergamena un falso riconosciuto e risultando mancante la piùrecente, possiamo restringere gli estremi cronologici agli anni 800-1810. Il fondo è stato oggetto di tre principali inventariazioni, ad opera di Luigi Strozzi (1681), Ignazio Paur (1840) ed Enrico Lombardi (1977). Per le scritture più antiche disponiamo di un'edizione diplomatica: Le carte della Canonica della cattedrale di Firenze (723-1149), a cura di R. Piattoli, Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1938 ("Regesta Chartarum Italiae", 23).

Il resto dell'archivio è costituito dal fondo cartaceo, definizione lievemente impropria, perché non tiene conto della presenza di alcuni registri membranacei. Esso contiene documentazione compresa fra il XIII e il XX secolo ed è composto da oltre 3800 unità, tra registri, filze e buste di carte sciolte. Alcuni singoli manoscritti si segnalano, oltre che per il valore del contenuto, per il pregio delle decorazioni miniate: è il caso del codice delle Costituzioni capitolari del 1453 e di un elegante Campione dei fitti e pigioni della mensa capitolare datato 1473.

Tuttavia, l'importanza del fondo risiede principalmente nell'ampia articolazione delle serie. Una delle più utilizzate dagli studiosi è quella delle "Scritture varie", una vastissima miscellanea di documenti relativi agli affari capitolari tra il XIII e il XX secolo. Fondamentale, com'è ovvio, la serie dei "Partiti e deliberazioni", i cui registri iniziano nel 1467 e proseguono ininterrottamente fino ai tempi recenti. Addirittura al 1326 risalgono i primi contratti trascritti nei registri della serie omonima.

Uno degli aspetti più notevoli di questo archivio è la straordinaria longevità dei registri contabili, che in tanti archivi fiorentini furono le vittime designate degli scarti sette-ottocenteschi: qui, invece, possiamo risalire al 1270 con la serie dei "Debitori e creditori" e al 1300 con quella delle "Entrate e uscite". Ugualmente sorprendente è l'abbondanza di registri trecenteschi relativi all'amministrazione dei fitti e livelli della mensa capitolare. Proprio la necessità di gestire l'ingente patrimonio delle chiese ammensate, cioè incorporate nella mensa del Capitolo, ha dato origine a varie sottoserie archivistiche, tra le quali ricordiamo: la chiesa di S. Maria Maggiore a Firenze (1318-1552), il monastero fiorentino di S. Caterina (1397-1494), la pieve di S. Giovanni a Corazzano (1458-1919), la pieve di S. Giovanni a Valdevola (1467-1719), la pieve di S. Floriano a Castelfalfi (1472-1921), la chiesa di S. Paolo a Firenze (1477-1584), la pieve di S. Giovanni Battista a Cornacchiaia presso Firenzuola (1485-1951), la Badia di Pacciana nel Pistoiese (1519-1921), la pieve di S. Piero a Gropina (1522-1935), la prioria di S. Giovanni Battista a Senni (1547-1647), la chiesa, oggi scomparsa, di S. Andrea a Firenze (1664-1785) e la chiesa di S. Bartolo a Cintoia (1685-1919). Dipendenti principalmente da lasciti testamentari sono invece gli archivi familiari aggregati, tra i quali si segnalano, per antichità o consistenza, i fondi Folchi (14371682), Carnesecchi (1451-1917), Medici (sec. XV-1904), Capponi (1656-1961), Mazzinghi (16601961), Schmidweiller (1668-1961) e Zefferini (16961957).

Altre serie traggono origine dall'amministrazione del culto all'interno della cattedrale. A tal proposito sono da citare i registri delle "Distribuzioni" e le filze di "Feste e uffizi", che, a partire rispettivamente dal 1427 e dal 1519, documentano la partecipazione dei canonici ai riti religiosi. Alle funzioni parrocchiali, assolte fino ad anni recenti da S. Maria del Fiore, sono da ascrivere i registri di "Matrimoni e morti", iniziati nel 1587, e quelli degli "Stati d'anime" (1681-1980).

Sono invece assenti, come negli altri archivi parrocchiali fiorentini, i registri dei battesimi, in virtù del fatto che a Firenze fino alla prima metà del XX secolo questo sacramento fu amministrato esclusivamente nel Battistero di S. Giovanni, i cui registri sono tuttora conservati nell'Archivio dell'Opera di S. Maria del Fiore (1450-1900) e in quello della Curia Arcivescovile (dal 1901 in avanti). Relativo ad epoche più vicine a noi è invece l'archivio della Deputazione Ecclesiastica di S. Maria del Fiore, istituita nel 1818: vi si documenta la ridefinizione di rapporti con l'Opera del Duomo, con il riconoscimento alla parte ecclesiastica del pieno controllo sulle attività di culto della cattedrale fiorentina.

Sono infine da ricordare i cinque poderosi tomi compilati a metà Settecento dal canonico Salvino Salvini - i cosiddetti Spogli Salvini -, che servirono da base al medesimo erudito per la pubblicazione del Catalogo de' Canonici della Chiesa Metropolitana Fiorentina compilato l'anno 1751, Firenze, Cambiagi, 1782.

Quando non specificato, le illustrazioni sono tratte dalla Fototeca del Capitolo Metropolitano Fiorentino (fotografo: Niccolò Orsi Battaglini). La foto della pianta del Buonsignori è pubblicata su concessione del Servizio Musei Comunali di Firenze.

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agg. 2015-12-18 di tg